L'AI ha accorciato i tempi, non migliorato le idee
La descrizione che Mariani dà dell'intelligenza artificiale è affettuosa e precisa: un alleato seduto al fianco, un collega che non si lamenta mai, lavora di notte, costa poco, e a volte non ha esperienza. Ha migliorato il processo e accorciato i tempi. Non sempre ha migliorato la qualità creativa, e la ragione che porta è controintuitiva: davanti a un output tecnicamente impeccabile e a quella epifania di possibilità, la creatività si è irrigidita, e la tecnica sembra ora più importante dell'idea che ha dietro. La previsione è che fra pochi anni l'AI sarà come l'elettricità o l'acqua del rubinetto, e allora la domanda tornerà quella di sempre: chi comunica meglio.
Nessun algoritmo sostituirà una buona idea
Del pubblico oggi si sa tutto — come si muove, cosa mangia, come veste, perfino come reagisce con i muscoli facciali davanti a una comunicazione. Mariani considera questo un vantaggio senza riserve, e insieme insufficiente: tutta quella conoscenza non garantisce l'attenzione. La parte di creatività che resta non misurabile è, dice, una fortuna, perché dietro ci sono sempre persone con le loro passioni e i loro difetti, e questo garantisce un aspetto poco prevedibile. Il rischio più grosso non è sbagliare, è produrre episodi di comunicazione invisibili: cose che semplicemente non vengono notate.
Studiate quello che sembra inutile
È il consiglio che dà ai ragazzi, e lo formula come provocazione: studiate l'intelligenza artificiale, conoscetela fino in fondo, ma per poi scavalcarla. E tornate a studiare le cose apparentemente lontane — filosofia, poesia, letteratura russa, jazz africano, cucina, il rame — perché sono quelle a garantire la quantità di stimoli che poi si innesta sulle competenze specifiche. Il corollario è scomodo per una carriera costruita sulla specializzazione: non bisogna diventare troppo esperti nel proprio settore, bisogna restare in grado di fare le connessioni fra territori diversi. Il futuro del creativo sta nel saper scegliere e nel saper giudicare, quindi nella cultura.
Il processo era la parte migliore, e l'abbiamo appiattito
Fra l'idea e la verifica ormai passano secondi: si prova, si scarta, si riprova. Mariani lo chiama una meraviglia e nello stesso movimento una perdita, perché quello che è stato compresso è il processo — il tempo apparentemente perso fra il pensiero e la creazione, le idee che arrivavano di notte e non funzionavano mai la mattina, lo scambio che sembra inutile e non lo è mai, perché qualcosa resta. Il punto non era il risultato ma quello che sta in mezzo, e serviva a tenere un atteggiamento di apertura totale. Lo stesso vale per l'efficienza: è giusto tenerla sotto controllo, ma la qualità non è programmabile, e le idee più ricche non nascono mai da un calcolo delle ore.
Ripartire dalla bellezza, che non è make up
Alla domanda su cosa farebbe ripartendo da zero risponde: dalla stessa passione per le idee, ma recuperando qualcosa che non è più di moda. La parola bellezza viene letta come superficiale, come make up, e invece è profondità, cura, attenzione, piena di significati — ed è la matrice che distingue la cultura italiana. L'esempio che porta è Bernini, che nel Seicento scolpiva la pressione delle dita sul marmo, avendo previsto che rendere il marmo sotto pressione avrebbe restituito al mondo un capolavoro. Da lì la lettura del paese: sappiamo fare delle cose proprio quando siamo un po' sotto pressione, un po' in difficoltà.